Quando la seduta di terapia è stata inutile

«Oggi ho solo buttato i soldi. Non ho ricevuto risposte e non è cambiato nulla».
Questa frase è stata pensata almeno una volta da chi ha fatto l’esperienza di un percorso di terapia.
Ci sono sedute in cui si sente il bisogno di portare tanto: tormenti, sofferenza, emozioni dolorose. Si guarda lo psicologo in cerca di una risposta, di un antidolorifico con effetto immediato, di quella frase che possa rimettere tutto a posto.
Ma la risposta non arriva.
Come funziona la psicoterapia?
Il fatto è che quella seduta non è una monade indipendente, senza passato e senza futuro.
Ogni incontro è legato all’altro da un filo continuo e quell’antidolorifico a cui tanto si anela, non è la risposta precisa ad ogni singola domanda. Lo si ritrova, bensì, all’interno della relazione terapeutica.
La seduta non dev’essere un’operazione chirurgica, dove il chirurgo è chiamato a compiere un’azione drastica, veloce e, necessariamente, cruenta.
La psicoterapia è un processo dolce, profondo e, quindi, lento.
Quello che si deposita nella stanza di analisi non è lasciato al vento, ma viene raccolto da un contenitore che accoglie, trattiene e metabolizza con i tempi che servono: la mente del terapeuta.
L’antidolorifico, dunque, non sta nel botta e risposta. Viene rilasciato nel corso delle sedute, intensificato dalla continuità della psicoterapia.
È una medicina che si dipana e si diluisce nel tempo. Certi giorni la si sente di più, altri di meno e soltanto alla fine si potrà apprezzare, completamente, tutto quanto l’effetto.